Intervista di Italica RAI ad Alessandro D’Alatri sul film Caso mai

By dalatri 11 anni agoNo Comments

Come è nata l’idea di questo film?
Mi piace fare film che nascano dall’osservazione dei comportamenti umani. Ultimamente si sente un certo malessere nelle coppie, una sorta di timer che, innescato, porta alla separazione. Con Anna Pavignano abbiamo lavorato su molte testimonianze di avvocati, coppie separate, amici e parenti delle coppie e ne è venuta fuori questa sceneggiatura sulle interferenze che le coppie subiscono dall’esterno.

Nel suo film si parla molto anche delle strutture assenti in appoggio alle famiglie. Vi siete messi in polemica con questa crescente impressione di “restaurazione della famiglia”?
Credo che questa restaurazione sia una falsità. L’Italia è in crescita zero, ma i motivi sono interni alla società stessa. Avere un figlio è come avere una Ferrari: non solo è costoso mantenerlo ma sembra che dopo la nascita di un bimbo la coppia venga isolata e posta di fronte a problemi continui. La donna rischia il lavoro, l’uomo deve lavorare di più e finisce per non essere mai in casa. Una giovane coppia con un figlio è sola: oggi andare al ristorante con un bambino è impensabile, si rischia di essere guardati male da tutti i clienti disturbati.

Come mai avete scelto un prete per la voce narrante?
All’inizio avevamo pensato alla voce della coscienza, tipo grillo parlante. Ma poi abbiamo iniziato ad immaginare la figura di questo prete insolito, che vive ai margini della società, portatore di una visione differente delle cose, probabilmente un prete “scomodo”.

La sua esperienza nel mondo pubblicitario l’ha guidata in questo film, per esempio nella scelta della professione di Tommaso?
Sicuramente. Ho conosciuto bene un mondo basato sulla logica del profitto. Tutta la nostra società si basa sul guadagno e l’ambiente pubblicitario rispecchia bene questa visione del mondo. Volevo raccontare il cambiamento della nostra società, all’interno della quale si sono perse tante cose, dall’educazione sentimentale alla presenza dei nonni che si curano dei nipoti.

Crede davvero, come dice Don Livio, che l’infelicità è un business?
Assolutamente. Ho frequentato molti festival pubblicitari internazionali. All’estero si fa un certo tipo di pubblicità basata spesso sulla critica dei propri difetti, sulla presa in giro di se stessi, mentre in Italia la pubblicità tende a presentarci come non si è e si vorrebbe essere. Che lo faccia la pubblicità va anche bene, ma purtroppo tutto il resto è ormai impostato sul senso di inadeguatezza, sull’aspirazione ad essere diversi.

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